confessioni di una ex-infiltrata…

stealth.jpg

Ho venduto la TV su e-bay…e sto leggendo l’antico testamento…forse è per questo che mi sono fissato così tanto con l’etica e la morale, è che tutti i giorni ne sento di cotte e di crude da chi si professa…

Per cui… ho chiesto ad una persona conosciuta qualche mese fa di offrirmi una testimonianza…

Ricordo che quando la conobbi, la secondo cosa che le chiesi dopo il nome fu: “perchè lo fai?… mi piacerebbe raccogliere la tua testimonianza e pubblicarla su fluido ti va?”
lei mi rispose subito di sì…ma poi tentennò incalzata dalle mie domande sull’etica, sulla mia visione pura dei cambiamenti in atto nel mondo della comunicazione…ecc…

Fino a quando le guidelines della womma mi ci hanno fatto ripensare e le ho chiesto di scrivermi 2 righe al riguardo.
Lei l’ha fatto e…secondo me bene…anche perchè si è redenta!

buona lettura!

nome in codice: clessidra
età: 25
occupazione ex-infiltrata: ovvero colei/colui che in maniera non trasparente insemina promozione pubblicitaria in luoghi di aggregazione virtuale spontanea.
situazione attuale: felicemente redenta!

“Quando ho accettato il lavoro di ‘seeder’ per l’azienda XY, ho pensato subito a 2 cose: “mi pagano!” e “posso farlo da casa!”
il resto l’ho preso un po’ come un gioco, un po’ come un’occasione per capire come l’agenzia aveva gestito il progetto….

Scherzi a parte, penso che il fatto di mentire alle persone, solo perchè è più comodo, sia sbagliato.
L’idea alla base dell’infiltration marketing infatti sarebbe anche buona, cioè entrare a far parte delle community in cui si trova il target per instaurare con esso una comunicazione tra pari.

Perfetto!

Peccato però che il modo con cui si persegue questa strategia si basi sull’inganno.
Visto che lo si vuole fare, perchè non trovare altre strade, perchè non partecipare con altri fini alle discussioni?
semplice! è troppo faticoso, dispendioso, e significa prendersi delle responsabilità.
Instaurare una relazione con un consumatore, come accade in tutte le relazioni, implica il doversi assumere delle responsabilità.
Ma pare non esserci mai tempo e volontà per sviluppare davvero delle strategie lungimiranti, che concepiscano le communities come protagoniste, anzichè dei polli da spennare.

Quello che mi chiedo io è: se tu, brand, riconosci l’importanza delle communities, tanto da decidere di svolgere un’attività su di esse, come fai a non capire che proprio perchè sono importanti dovresti averne più rispetto? Visto che per mentire bene ci vuole cmq tempo e un notevole ingegno, perchè non usare queste energie per uno scopo più proficuo?

Credo che l’idea dell’infiltration marketing sia partita dalla constatazione che la gente è stanca della pubblicità e non ci vuole avere nulla a che fare.
Risposta: “facciamola senza che si accorgano che è pubblicità!”

Bisogna dire però che sia l’osservazione che la risposta sono vere solo in parte.

E’ vero che la gente è stufa della pubblicità, ma di quella degli anni ’80 e delle sue iperbole,
non certo delle marche intelligenti, che le hanno trasmesso delle emozioni, altrimenti non si spiegherebbero tutte le communities nate spontaneamente attorno ad un brand. E ricordiamoci che quasi la totalità delle communities che parlano di un brand l’hanno fatto da sole, senza nessun tipo di aiuto da parte di quel brand! (anzi, forse proprio perchè il brand per primo non ci aveva pensato…)

Quindi perchè non parlare a quelle persone? Fornire loro del materiale di discussione, lasciar loro lo spazio per creare, proporre e anche criticare. A parole sembra così facile, chi non sarebbe d’accordo con questa affermazione!
ma a volte l’azienda non è in grado di sostenere la relazione, non ha le risorse o una struttura flessibile per farlo e finisce che i responsabili marketing, giusto per dimostrare di essere al passo con i tempi decidano di fare infiltration, un modo sbrigativo per dire ‘ci siamo inseriti nell’ambiente del target e abbiamo comunicato con lui da pari’.

seee come no! argh!

E’ come quando trovi una bellissima ricetta e ti vien voglia di realizzarla la sera stessa.
Tra gli ingredienti c’è la salvia, non ce l’hai e pensi: ma sì metto il basilico che sarà mai. E poi bisognerebbe montare a neve gli albumi, ma tu non sei capace e dopo due minuti di sbattimento pensi ma sì, sarà sufficiente. Alla fine quella che doveva essere una ricetta coi fiocchi, gustosa e soprattutto facile da realizzare, si rivela appena mangiabile.
E se avessi aspettato il giorno seguente e acquistato la salvia e lo sbattitore elettrico? eh?

Insomma queste attività di infliltration, nel migliore dei casi, sono solo dei biscotti mal riusciti.
Non la proporrei ad un cliente perchè è un’attività one shot, non pensata, non integrata che dà dei risultati molto deboli. Come dicevo prima, penso sia assurdo sprecare del tempo per inventarsi come non farsi scoprire, quando quel tempo si potrebbe utilizzare per pensare a come raccogliere\interpretare\rispondere ai suggerimenti e gli insights forniti dalle communities…”

Per approfondimenti:

Shill marketing
blog di un seeder
qui si riprendono i principi del womma

come lavora un seeder
vari esempi di campagne di stealth marketing (bad) confrontate con campagne di buzz mktg (good)

grazie Clessidra!

20 Responses to “confessioni di una ex-infiltrata…”

  1. MarketingPark Says:

    Triste testimonianza. Tristissima ma vera, purtroppo. Ricordo quando 6-7 anni fa proponevano ai più giovani di fare gli infiltrati nei forum e nei vari gruppi di discussione…
    Oggi, coi blog, cambia il mezzo non il fine.
    Saluti

  2. partagas Says:

    potente!… struggente!… imbarazzante!…
    non poteva esserci nickname al tema più azzeccato:
    sabbia che cade, conto alla rovescia, il tempo che trova se stesso e lascia il vuoto.
    wom_pollution?
    in bocca al lupo, ciao

  3. fluido Says:

    @titti
    triste la pratica dell’infiltration…sì! non trovo però triste la testimonianza.
    anzi! ho omesso di dire che oltre ad essersi redenta, clessidra, adesso è occupata.
    segno che nella vita… se si crede nelle persone di talento (e secondo me da quello che scrive e da come lo scrive clessidra ne ha tanto!) e si danno loro gli strumenti adeguati per esprimerlo… le cose possono cambiare…in meglio!
    @partagas
    potente…sì!…struggente…sì!…imbarazzante…non lo so!
    anzi, sicuramente imbarazzante per le aziende che praticano l’infiltration…ma non per clessidra… che diciamo così…, adesso, vive in campagna lontano dalla wom_pollution!

  4. MarketingPark Says:

    Fluido says: “le cose possono cambiare…in meglio!”.
    La qualità vince sempre.
    Il brusìo quotidiano dei blogger sani, ne sono certa, contribuirà a consapevolizzare aziende e governi. Siamo solo all’inizio, c’è ancora tanto da fare ma qualcosa già si muove…
    Ciao

  5. niccolò Says:

    Ciao!
    la testimonianza è molto interessante e secondo me coglie bene i punti dolenti di tutta la faccenda.
    dal mio punto di vista, facendo campagne on-line, non puoi mentire all’utente per più di tanto tempo. prima o poi ti sgamano. per questo motivo nell’ultima campagna della mia agenzia ci siamo detti di non prendere per i fondelli nessuno.
    Nella campagna l’interazione con gli utenti non è truffaldina. si coglie (quasi) subito che si tratta di una campagna di comunicazione e che la marca è veicolata dalla bellissima ragazza chiamata Red Passion.
    Vi invito a visitare:
    http://www.myspace.com/myredpassion e il sito destinazione della campagna: http://www.hotelcampari.com
    saluti!

  6. fluido Says:

    caro niccolò. grazie!
    per avermi fornito un’esempio… di “infiltrazione nei blog trasparente”…
    poi mi dici quanti click ti porta il tuo commento!…

  7. massimo Says:

    a tal proposito ho trovato molto interessante l’iniziativa di fiat per la nuova 500. conoscete?
    in sostanza si avvale proprio di quelle caratteristiche di partecipazione, condivsione su cui si fondano tutte le communities che funzionano, e le utilizza per un’operazione di concumer generated product, nel senso che in palio c’è proprio la possibilità di vedere applicata la propriia idea direttamente sul veicolo prossimamente in commercio.
    sono daccordo sul fatto che l’infiltrazione è un mezzo subdolo. anch’io mi sono trovato a fare di recente questo lavoro sporco per una campagna di unusual marketing che sto curando per iveco, e la cosa, oltre a non essere per nulla facile, è decisamente poco gratificante…

  8. fluido Says:

    caro massimo,
    sicuramente molto interessante il progetto fiat 500.
    …ma non credi di aver esposto te, il cliente e l’agenzia per cui lavori dichiarando strategia di marketing (“unusual marketing”) + nome cliente (“iveco”)…?

    un saluto

  9. massimo Says:

    bè in realtà no, perchè il progetto è già stato realizzato e si trova nella sua fase conclusiva. Voglio dire, stiamo tirando le somme, e tutto sommato l’iniziativa ha avuto un buon successo.
    per questo posso permettermi di parlarne serenamente esponendo me e il mio cliente.
    cmq se interessa a qualcuno questo è l’indirizzo del minisito che descrive la campagna:
    http://www.icare.iveco.com
    ciao

  10. ELMANCO.com Says:

    Confessioni di un’infiltrata + riflessione

    Fluido ha pubblicato pochi giorni fa un articolo sulla delicatissima questione dei “seeder” aziendali, dei veri e propri infiltrati che s’iscrivono su community, forum ed altri luoghi d’aggregazione…

  11. La casalinga di Voghera Says:

    Il mondo non si divide in buoni e cattivi. E’ una visione troppo semplicistica di ciò che è la comunicazione. Che cosa dovremmo dire allora di certi servizi che passano in tv su reti nazionali, di certi articoli stampa subdoli e truffaldini, di sponsorizzazioni inopportune, dei testimonial, di celebrities che indossano vestiti a pagamento e quant’altro? I seeder sono solo la declinazione in chiave moderna di un’attività che è sempre esistita. La linea di demarcazione tra ciò che è pubblicità e ciò che non lo è, di fatto, non esiste. E, secondo me, non è mai esistita.

  12. fluido Says:

    cara casalinga,
    mi trovo in parte d’accordo con la tua riflessione “filosofica” sulla pubblicità.
    però se vuoi “bannare” la riflessione contenuta nel post semplicemente come un “volemose bene” o una questione di buoni o cattivi… allora permettimi di dirti che sei fuori strada.

    ti cito:
    “Il mondo non si divide in buoni e cattivi. E’ una visione troppo semplicistica di ciò che è la comunicazione.”

    Ma va’? C’era bisogno di specificarlo!
    rispondo io!
    Non volevo fare il predicatore!

    Cerchiamo di andare un pò oltre…nessuno si aspetta che da domani perchè ci sono i blog, i forum,…le aziende da subito inizino a comunicare in modo diverso grazie alla redenzione etico-morale delle agenzie di pubblicità.
    In fondo per quanto ci sforziamo di essere etici e morali i “dindini” da qualche parte dobbiamo pur portarli a casa non credi?

    il punto è un altro. a te scoprirlo se hai voglia, tempo ed energie.

    un saluto
    (il tono è un pò duro, ma non è una questione personale.)

  13. niccolò Says:

    ciao!
    sono daccordo con massimo. se la campagna è in fase conclusiva ha ben senso raccontare come è nata e come si è sviluppata la campagna. tra gli obbiettivi di una campagna annovero anche i blog come il tuo che trattano di comunicazione innovativa. chi meglio dei professionisti per raccontare il tuo progetto? in ogni caso arriverà qualcuno che sezionerà e analizzerà la tua campagna a fondo. meglio raccontarlo io prima per non incappare in recensioni bislacche. ovvio che la critica ci sta, ci macherebbe, ma almeno tagli fuori quelli che della campagna non hanno capito niente.

    tornando alla tua domanda iniziale: poi mi dici quanti click ti porta il tuo commento”
    forse pochi, ma sono dell’opinione che non tutti i click pesano uguale!
    saluti!

  14. fluido Says:

    @niccolò + @massimo
    …ci mancherebbe. siete sempre i benvenuti! mio tono un pò provocatorio per “scaldare” la discussione sul tema del post…
    a presto. un saluto

  15. niccolò Says:

    Fluido, per me nessun problema, anzi! mi piace leggere il tuo blog e i commenti dei tuoi ospiti🙂

  16. Matteo Balocco Says:

    My two cents.
    Credo che il ruolo dell’infiltrato sia un ruolo estremamente rischioso e assolutamente controproducente. I post/commenti/articoli in questione sono facilmente identificabili e rappresentano una forma di spam che forse gli stessi tenutari dei blog e dei forum dovrebbero tenere maggiormente sotto controllo.
    In una campagna di comunicazione che si dichiara virale o non convenzionale è consigliabile piuttosto prendere accordi diretti con pochi ma ben definiti blogger, proponendo il prodotto e mettendosi in gioco. Un rischio molto difficile da prendere ma che in fin dei conti, se si crede nel prodotto, si può correre.
    Personalmente, pur lavorando nel settore, credo che si sia aperta una nuova stagione nel marketing interattivo e in particolare in quello su web.
    Credo che se da un lato i trend segnalati su questo stesso blog qualche settimana fa avranno il loro spazio nel prossimo anno, beh… le aziende e le agenzie di comunicazione dovranno fare i conti con un vero e proprio ribaltamento del piano prospettico. Addirittura potrebbero non dover neppure investire in promozione per “promuovere” un prodotto. Dovranno semplicemente produrlo “bene”. Facile no?

  17. mr white Says:

    2 spunti

    l’infiltrazione è un problema, ma non solo del seeding! è forse più etico il product placement nei film o le redazioni compiacenti che pubblicano comunicati stampa in forma di articolo per i big spender? Non scherziamo su questo ragazzi!

    Per fortuna la rete sa difendersi, ha un proprio sistema immunitario che espelle rapidamente le schifezze. Ma dobbiamo essere consapevoli che il confine è labile: anche nei commenti a questo post, si citano casi e progetti. In buona fede o siamo tutti oggetto di un’infiltrazione? Se insinuiamo la cultura del sospetto, il web2.0 neanche dovrebbe esistere, x’ urleremmo al plagio ogni 2×3. A cosa servono i creative commons? I furbetti ci saranno sempre, ahinoi. Ma oggi la killer application sono i contenuti: se un blog mi piace ci torno, sennò chiudo. Non c’è seconda chance. Se un commento mi cita un progetto e il progetto è valido, questo commento sarà letto, linkato, ripreso. E la prossima volta che quella persona commenta, i suoi pensieri avranno una corsia preferenziale per me. Se invece il suo contributo è marmellata o peggio, scatta la selezione naturale. La rete è iperattiva, veloce e rapida nei giudizi. Le seconde chance sono poche.

    il secondo punto è che nella rete le regole non le dettano i brand: provate a creare una brand community e a farci il big brother che controlla, ordina, pianifica…. Il brand è esattamente alla pari dei suoi interlocutori, e la sola forza che ha è il suo carisma, la sua capacità di essere rilevante, di avere qualcosa da offrire, una merce di scambio di valore. Deve scendere dal piedistallo e guadagnarsi credito e stima. Se poi diventa uno del branco, magari uno dei leader, ha toccato il cielo con un dito, e non torna più giù. Ma per le aziende non è un passaggio facile: vuol dire sconvolgere totalmente le regole del gioco, aprirsi a critiche e attacchi. Aprire una community è facile, farla crescere già meno, gestirla quasi impossibile se vogliamo applicare le regole del brand manager.

    LONG LIVE CONTENT😉

  18.   Confessioni di una ex-infiltrata + riflessione by ELMANCO Says:

    […] Fluido ha pubblicato pochi giorni fa un articolo sulla delicatissima questione dei “seeder” aziendali, dei veri e propri infiltrati che s’iscrivono su community, forum ed altri luoghi d’aggregazione virtuale spontanea per fare promozione pubblicitaria in maniera non trasparente. Questa gente è pagata dalle aziende per lasciare finti commenti e testimonianze positive di prodotti e servizi attraverso mezzi di comunicazione basati sul sincero passaparola degli utenti. Una pratica triste e scorretta che a molti può sembrare la soluzione più facile per ottenere certi risultati, ma che cela invece (e per fortuna) parecchie insidie… Insomma, leggetevi questo articolo basato sulla testimonianza di Clessidra, un’infiltrata pentita, che conclude dicendo “penso sia assurdo sprecare del tempo per inventarsi come non farsi scoprire, quando quel tempo si potrebbe utilizzare per pensare a come raccogliereinterpretarerispondere ai suggerimenti e gli insights forniti dalle communities…” Meglio passare prima il tempo in una buona progettazione, che non dopo nel raccontare c…..e! Questo articolo mi ha dato lo spunto per una riflessione successiva: come possiamo proteggere le nostre identità virtuali? e quanto possono valere? Per come la vedo io in futuro le opinioni dei singoli tenderanno sempre più ad essere raccolte in aggregatori e social network, quindi la necessità di una firma digitale inequivocabile diventerà presto pressante. Chi mi può garantire che qualcuno non usi il mio nickname per firmare un commento? Andremo sempre avanti di iscrizioni ed accettazioni via mail? Avere un proprio dominio .com di primo livello non basterà? Tu che ne pensi? […]

  19. un esempio di "infiltration" « fluido Says:

    […] dietro quel “marione” mi sembra veramente un pessimo esempio di “infiltrazione, stealth marketing… chiamatelo come volete… […]

  20. Marco Massarotto Says:

    Bel post. Peccato solo che Clessidra non si sia firmata con nome cognome e non abbia messo i link della sua passata attività: sarebbe stato divertente🙂

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